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Colloqui di congedo: attenzione al brand personale

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Abbiamo chiesto a Davide Scialpi, esperto di branding personale e aziendale, come proteggere il proprio brand personale nel momento del congedo da una organizzazione.

Per ragioni diverse, in quella che è la relazione che regola i rapporti fra organizzazione e dipendente in ambito lavorativo, le cose possono venire a cambiare da un momento all’altro. Una organizzazione può ritrovarsi a gestire il dover fare a meno di un proprio dipendente per via di contingenze strutturali organizzative interne o dettate dal dinamismo dei mercati di riferimento in cui opera, ma specie nell’ambito dei servizi finanziari, ci si ritrova anche nella posizione in cui è il singolo che decide di chiudere il proprio rapporto e muovere la propria carriera in altre direzioni.

Fine dell’engagement

In tali circostanze, si è arrivati nella fase in cui la relazione di lavoro è destinata a chiudersi, ovvero nello stadio terminale del cosiddetto ciclo di engagement della persona con l’organizzazione: l’uscita della persona dall’organizzazione. La delicatezza e l’importanza che caratterizzano tale momento è finanche superiore a quella che si ha per quello di inserimento iniziale.

Si è pronti per lasciarsi ma chiaramente occorre lasciarsi bene. Non fosse altro perchè rancori, malumori, tensioni e rabbie, sebbene fisiologici e inevitabili in taluni casi, perchè chiaramente dovuti a controversie e contingenze nate nella relazione organizzativa, potrebbero trasformarsi in atti di vendetta e sfoghi personali, che possono arrecare un danno sia dal punto di vista dell’individuo in questione, sia dell’organizzazione, a prescindere dalla gravità effettiva del tutto.

Colloqui di congedo

Nei servizi finanziari è di regola affrontare queste eventuali situazioni in un colloquio di congedo. Un motivo in più per programmare strategicamente il proprio colloquio d’uscita al fine di evitare rischi di natura economica derivanti da questioni legali e danni di immagine personale o, da parte delle aziende, come luogo di lavoro (employer brand), a livello corporate (corporate brand) e per i propri prodotti.

Occorre, in altre parole, andare incontro alle persone affinché l’uscita non abbia ripercussioni negative nella propria vita professionale e sociale. Impegnarsi nello spiegare in primis i perché della scelta. Sia nel caso si lasci, sia nel caso l’azienda abbia deciso di interrompere il rapporto di lavoro, motivazioni criptiche, ombrose o non vere durante il colloquio di congedo non fanno altro che alimentare risentimenti e negatività.

Marketing personale

Una buona gestione della fase rappresenta in altre parole un buono strumento di marketing personale. Il fine è quello di proteggere la propria reputazione professionale da parte dell’individuo e i propri brand da parte dell’azienda, la quale – è bene ricordare – ha lo scopo di  comprendere e soddisfare al meglio i bisogni nascenti delle persone che ne fanno parte affinché l’immagine come luogo di lavoro non venga a essere compromessa. Le persone che fanno parte dell’organizzazione sono i primi portavoce e ambasciatori della stessa e giocano un ruolo chiave nell’attrazione di nuove persone. Il loro malumore e il loro malessere, qualsiasi ne siano le ragioni, diventa un boomergan che si traduce quasi inevitabilmente in un danno di reputazione.

In conclusione, una volta che si è deciso di congedarsi da una istituzione, qualsiasi sia il nostro livello, ci si ritrova in una situazione non molto diversa da quando è un amministratore delegato, o una parte chiave di un organizzazione, che lascia la nave e si sfoga in un intervista sullo strategic intent della stessa. Lasciare un progetto vuol dire non credere più nell’organizzazione, nella sua vision e nella sua mission. Ragion per cui, come nel caso di Greg Smith di Goldman Sachs o del manager James Whittaker di Google, se le strategie non piacciono più e non ci si rivede negli obiettivi da raggiungere è giusto cambiare. In quel caso l’azienda non può far nulla: è solo una questione di motivazioni.

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