CFA, quanto vale in Italia?

Alla soglia dei 50 anni (nasce nel 1963) la certificazione internazionale CFA (Chartered Financial Analyst) gode ancora di buona salute. “I dati”, spiega Barbara Valbuzzi, membro del Board dell’Italian CFA Society, di cui è stata anche presidente, “parlano di una crescita a livello globale con 214.507 candidati (+5% nell’ultimo anno), localizzata soprattutto nelle aree dell’Asia-Pacifico e dell’Europa (compresi Medio Oriente e Africa, ndr), che contano rispettivamente il 40% e il 20% del totale. Il grande pregio di questo esame”, prosegue, “è determinato dal fatto che la certificazione è riconosciuta a livello mondiale. Inoltre può essere conseguita continuando a lavorare; e questo è fondamentale soprattutto in un momento di crisi come quello che viviamo, in cui le aziende non si privano facilmente delle risorse in nome della formazione”.

 

Tre livelli d’esame e 10 aree tematiche per un titolo il cui raggiungimento è tutt’altro che semplice, come dimostra la percentuale dei candidati che completano il percorso formativo. A fine gennaio sono stati pubblicati i dati relativi all’ultima tornata di esami di primo livello: in tutto il mondo solo il 38% dei 49.380 candidati ha superato l’esame, mentre nel giugno dello stesso anno, considerando tutti e tre i livelli, il pass rate complessivo era stato del 43%. I candidati in Italia ogni anno sono tra i 400 e i 600, ma il dato scorporato per nazione delle certificazioni raggiunte non viene reso noto.

 

Il fatto che lo standard richiesto dalla certificazione sia uniforme a livello planetario ne fa una sorta di “passaporto internazionale”, ma il reale valore di una certificazione del genere, sul mercato del lavoro in Italia qual è? “Ora come ora sarebbe limitante analizzare la realtà italiana”, risponde Valbuzzi, “perché gli italiani prendono il CFA e poi, proprio per le sue caratteristiche di ‘passaporto globale’, si muovono verso l’estero”.

 

“Difficilmente i nostri clienti ci richiedono il CFA come elemento necessario per coprire un ruolo nel settore investimento finanziario in Italia”, aggiunge però Francesco Tamagni, general manager di Intermedia Selection, “per coprire una posizione all’interno di un contesto bancario, il CFA non viene richiesto visto che è una qualifica americana che può avere la sua importanza se si copre una ruolo nell’ambito finanziario negli Stati Uniti o eventualmente se si ha la responsabilità di una funzione che pur basandosi in Italia, implica un forte coinvolgimento sui mercati finanziari americani”.

 

Ma il titolo CFA resta considerato, come sottolinea ancora Barbara Valbuzzi: “Noi abbiamo sempre riscontrato apprezzamento, le aziende ne riconoscono il valore a livello di formazione e la considerano comunque una certificazione forte. Negli ultimi anni”, conclude, “c’è stata una partecipazione sempre maggiore a livello universitario. Molti studenti degli ultimi due anni affrontano il primo livello. Per di più abbiamo anche una partnership con l’università Bocconi di Milano, che ha tre corsi di laurea che con il loro programma coprono il 70% del programma del primo livello CFA”.

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